La censura sui social: fatti e misfatti.

28/12/2019

I social network fanno parte della vita quotidiana di tutti gli abitanti dei paesi sviluppati e in via di sviluppo (economico). Questo è un dato di fatto. È un dato di fatto anche la grandissima capacità di comunicazione ingenita in essi e la potenziale democratizzazione di informazione che racchiudono. A queste ottime caratteristiche però vanno aggiunte le corrispettive degenerazioni, che si semplificano in:

  • dilagante disinformazione, dovuta all’irrefrenabile smania di protagonismo che domina persone spesso non in grado di poter dire la loro in sedi opportune, in cui è richiesta competenza.
  • Commercializzazione della “potenza di fuoco”. Siamo nel regno del capitale e i social network ne sono parte. Chi ha più potere economico ha la possibilità di usare strumenti, non sempre corretti eticamente ma anche legalmente, per dare più forza e popolarità ai propri canali (lo abbiamo visto in tutte le recenti elezioni politiche nel mondo, dove vince chi ha meno scrupoli nell’usare i social e nello sfruttare disinformazione e analfabetismo funzionale di un vasto pubblico).
  • Censura. La censura è una cosa poco piacevole, perché evoca le grandi dittature del passato. Sui social network però era necessario avere uno strumento che eliminasse dall’etere ciò che è illegale anche nella realtà: pedofilia, incitamento all’odio, razzismo.

Prendendo ad esempio Twitter, nel 2019 sono state compiute due operazioni di censura eclatanti. In una grossa operazione, a Settembre, sono stati eliminati 10000 account fake e/o specializzati in disinformazione politica. Una cosa buona e giusta. Un mese prima però ha bloccato la pubblicità del libro “The vagina bible” della ginecologa Jennifer Gunter. Motivo? Conteneva la parola “vagina”.

Chi è quindi che decide cosa è giusto censurare e cosa no? Sappiamo tutti che sui social c’è una escalation di violenza verbale, istigazione all’odio, razzismo… molte volte i protagonisti di queste azioni sono politici, persone o partiti e le censure che ricevono sono nulla in confronto al mare di danni alla società che compiono. Perché viene scelto di censurare la parola vagina e non i loro post? O perché si censura la parola vagina e non la parola cazzo? Sì, avete capito bene, cazzo, non pene. Cazzo si può scrivere tranquillamente. E perché i capezzoli femminili sono vietati mentre quelli maschili no? ”L’origine del mondo” di Gustave Courbet, opera del 1866, viene censurata, mentre influencer, aspiranti influencer e/o ”conigliette” postano o vengono postate in immagini e pose spesso volgari e di palese allusione al sesso.

In base alla mia esperienza non c’è un controllo uniforme ma si guarda un po’ al potere “social” di chi pubblica. Tant’è che la censura si abbatte su fotografi di chiara fama internazionale, che hanno fatto la storia della fotografia come Helmut Newton, il quale anche se morto ha un profilo Instagram gestito da una fondazione a lui intitolata e costretto a pubblicare fotografie con grossi marchi sui capezzoli e segni di censura in varie parti delle foto mentre lo stesso social lascia indisturbati selfie con magliette bagnate o trasparenti in cui i capezzoli sono ben visibili.

Sempre in base alla mia esperienza, coprire i capezzoli non sempre funziona, infatti la foto qui sotto della bellissima e bravissima Giulia Goffi è stata censurata nonostante li avessi coperti in due modi diversi.

Addirittura vengono censurate foto in cui la nudità fa parte del comune modo di vestire di alcune culture, come nel caso di questo ritratto che ho fatto a una donna himba, eliminata da Facebook e Instagram:

La conclusione di questo articolo è che oggi i social sono indispensabili per chi ha la necessità di promuovere o promuoversi per lavoro ma purtroppo bisogna adeguarsi alla dittatura (in quanto ingiusta) degli stessi. L’alternativa è rinunciare ad essi perché se si cerca giustizia, là si cerca invano e comunque non per tutti. Come dice un vecchio detto delle mie parti: “Hai voluto la bicicletta? Ora pedala.”

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